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sabato 21 luglio 2012

Zerbini d'italia



Sarà Berlusconi il volto NUOVO del centrodestra alle prossime elezioni. Travaglio ha già ordinato la macchina nuova.
Pronta la reazione del Pd: Bersani lo ha già chiamato per riconoscere la sconfitta.
Alfano scoppia in lacrime alla riunione del Pdl. È la famosa ansia da prestanome.
Il Pdl assicura che il ruolo di Alfano non sarà ridimensionato. Potrà continuare a dire tutto quello che pensa Berlusconi.

Spending review, via 24.000 statali.
Su dieci dipendenti statali ne sarà tagliato uno. L’unico che si è fatto trovare in ufficio.
Il decreto fissa un parametro di riferimento di 25 metri quadri per impiegato. Vabbe’, il ping-pong ci sta.
Fortissimi tagli alla ricerca e nessun taglio agli armamenti. Puntiamo a mitragliare il cancro.
Tagli all’istituto che ha scoperto la particella di Dio. È l’unico luogo di culto colpito dalla spending review.


martedì 30 agosto 2011

A che ora è la fine del mondo?



In Grecia c’è chi è disposto a scommetterci 200 milioni di euro, negli Stati Uniti sarebbe già iniziata la produzione industriale, a novembre potrebbe già essere sul mercato. L’Energy Catalyzer, inventato dall’italiano Andrea Rossi, è ancora un prototipo misterioso ma promette una rivoluzione nel nostro modo di produrre energia. L’E-Cat nessuno sa spiegare come funzioni, ma sembra trasformare pochi grammi di nickel, un po’ d’idrogeno e un “ingrediente segreto” in abbondanti kilowattora. Rossi attende ancora il rilascio di un brevetto, ma test positivi e testimoni esperti sembrano confermare che “Deve trattarsi di un processo di tipo nucleare”. E poi, come dice a Rainews il Presidente del Comitato energia della Reale Accademia di Svezia, Sven Kullander: “Se davvero funziona vale il Nobel”.

Una bufala? Un’allucinazione collettiva? Oppure un’innovazione radicale?
Il giornalista di Rainews la presenta come "un'invenzione che potrebbe sconvolgere il mondo" ed è facile immaginarne i motivi.
Comunque vada a finire, è un "problema" che non ci riguarda... in Italia il nucleare è vietato.Meglio continuare a bruciare petrolio.

venerdì 24 giugno 2011

Se non ora, quando?



mercoledì 18 maggio 2011

Dov'è lo scandalo?


Era stato arrestato il 3 maggio scorso perché ritenuto un 'colletto bianco' del clan camorristico Polverino attivo nella zona Flegrea, ma è stato eletto consigliere comunale a Quarto con 385 voti.
È Armando Chiaro, coordinatore locale del Pdl e capolista in una lista a sostegno del neo sindaco di centrodestra Massimo Carandente Giarrusso.

Sulla vicenda si sono levate le accuse del Pd.
Sia Fortuna Incostante che Teresa Armato, entrambe senatrici Democratiche, hanno ritenuto "inaccettabile il silenzio dei dirigenti del Pdl di fronte a questa vicenda dei connotati davvero inquietanti". Teresa Armato, componente della commissione Antimafia, già la scorsa settimana aveva presentato una interrogazione urgente sulla vicenda alla presidenza del Consiglio dei ministri e al ministro dell'Interno Roberto Maroni. Oggi da parte sua un'altra interrogazione parlamentare per chiedere al Governo di verificare che le elezioni del 15 e 16 maggio si siano svolte "senza condizionamenti da parte della criminalità organizzata".

Inaccettabile il silenzio dei dirigenti del Pdl. E' questo il problema? No.
Forse sarebbe stato meglio evitare certe candidature ed evitare imbarazzanti silenzi post-elettorali.
Forse. Ma non è neanche questo il problema.
Il Problema vero, vergognoso e irrisolto è che un potenziale camorrista, in prigione durante la campagna elettorale, venga eletto con 385 voti.
385 elettori  hanno coscientemente deciso che un potenziale camorrista è il loro rappresentante politico.


Non ci scandalizziamo che i nomi di inquisiti e detenuti compaiano nelle liste elettorali.
Lo scandalo vero è che i loro nomi vengano scritti sulle schede.
L'immondizia non è solo quella che rimane per strada. E' questo ciò che vogliono?
Lasciamoli sguazzare nella loro immondizia.

mercoledì 4 maggio 2011

Tiro Mancino


"Berlusconi e Dell'Utri non c'entrano nulla con le stragi. Come mandanti esterni, l’ho sempre detto, non centravano nulla...".
La trattativa con lo Stato, tra 1992 e 1994, ci fu eccome. Quindici-venti giorni prima della morte di Borsellino, Brusca incontrò Riina che gli disse: "Finalmente si sono fatti sotto, gli ho consegnato un papello con tutta una serie di richieste. Il tramite non me lo disse - ricorda Brusca -, ma mi fece il nome del committente finale. Quello dell’allora ministro dell’Interno, Nicola Mancino". Queste le parole con cui il pentito - mafioso già condannato a 20 anni per le stragi di Roma, Firenze e Milano - indica il nome di quello che secondo la sua dichiarazione sarebbe il 'committente' nelle istituzioni in quella che viene chiamata la trattativa tra Stato e mafia.

Berlusconi "estraneo", Mancino il "committente".
Sarà considerato attendibile quanto lo sono stati Spatuzza e Ciancimino?
Sarà la morte di Bin Laden, sarà la beatificazione di Wojtyla, sarà la questione libica, ma questa "notizia" ha avuto pochissimo risalto nei principali organi di comunicazione: e se avesse dichiarato esattamente il contrario, sarebbe stato lo stesso?
Domande a cui è difficile rispondere...

Intanto arriva una prima reazione alla deposizione di Brusca:
"E' una vendetta contro chi ha combattuto la mafia con leggi che hanno consentito di concludere il maxiprocesso e di perfezionare e rendere più severa la legislazione di contrasto alla criminalità organizzata".
Lo ha detto Nicola Mancino, ma sembra copiato da Berlusconi.

mercoledì 16 marzo 2011

La giusta riforma

E' una riforma punitiva il cui disegno complessivo mina l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e altera sensibilmente il corretto equilibrio tra i poteri dello Stato. È una riforma contro i giudici che riduce le garanzie per i cittadini.
Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale magistrati

La cosa più preoccupante di questo progetto è la sottrazione della polizia giudiziaria alla disposizione del pubblico ministero.
Pier Luigi Vigna, ex Procuratore nazionale antimafia

Un sistema accusatorio parte dal presuposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l' obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para- giudice.
Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell' indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell' azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell' Esecutivo. E' veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del Pm con questioni istituzionali totalmente distinte.
E' necessaria una specie di Fbi anche in Italia?
"Vorrei fare una premessa di carattere più generale sul rapporto magistratura-polizia: ebbene io credo che sia profondamente sbagliata la concezione, che si evince anche dal nuovo codice, secondo cui il Pm è il capo effettivo, addirittura operativo, della polizia giudiziaria. Si è confuso l' organo investigativo con l' organo dell' esercizio dell' azione penale. Il controllo di un Pm che indica alla polizia i modelli giuridici validi e ne controlla l' applicazione è una norma di civiltà, ma il timore che una polizia giudiziaria troppo indipendente possa ledere l' indipendenza della magistratura si è tradotto nella pericolosa e velleitaria utopia di un Pm, magari di prima nomina, superpoliziotto per diritto. E' questa una delle cause della attuale situazione catastrofica, in cui la polizia giudiziaria è indotta a deresponsabilizzarsi, attende istruzioni e si appiattisce sull' inadeguatezza del Pm, divenuto punto di riferimento di ogni possibile errore"
Se negli Stati Uniti la giustizia è più rapida, efficiente e attenta ai diritti della difesa questo dipende anche dallo strumento fondamentale della non obbligatorietà dell’azione penale.
Giovanni Falcone, 3 ottobre 1991

domenica 13 marzo 2011

Una carriera travagliata


Marco Travaglio è un professori­n­o del giornali­smo. Dà le pa­gelle a tutti i colleghi e vi­gliacco che uno prenda almeno una volta la suffi­cienza. Si è autonomina­to erede di Montanelli, con il quale millanta una lunga frequentazione, quasi fossero padre e fi­glio, fin da quando lavo­rava per Il Giornale del quale era, pagato da Ber­lusconi, vicecorrispon­dente da Torino, cioè nul­la. I miei colleghi più an­ziani del Giornale non ri­cordano di averlo mai vi­sto una volta nella reda­zione centrale e scom­mettono che Montanelli non sapeva neppure chi fosse. Quando Indro eb­be la sciagurata idea di mollare la sua creatura per fondare La Voce , Tra­vaglio lo seguì, «uno dei tanti, nulla di più», ricor­dano oggi i compagni di avventura rimasti sulla strada. A parte questa piccola mitomania, di Travaglio giornalista non si ricor­da nulla. Ha avuto più for­t­una con le carte giudizia­rie trasformate in libri, grazie ai quali ha fatto sol­di e raggiunto la fama. Ie­ri ha stroncato pure Giu­l­iano Ferrara e il suo ritor­no in tv da lunedì, ogni se­ra dopo il Tg1. Egocentri­co e invidioso, Travaglio ha sentenziato che Ferra­ra non è un giornalista. La prova? Il Foglio , quoti­diano diretto da Ferrara, vende poche copie, mol­te meno del suo Il Fatto. Sai che ragionamento. È come se il proprietario di un sexy-shop si vantasse di avere più clienti di una galleria d’arte. Per curiosità, siamo an­dati a vedere come sono finiti gli scoop di Trava­glio campione di giorna­lismo senza macchia. Ec­co un elenco, probabil­mente incompleto, delle sue prodezze. Salvo erro­ri ed omissioni, la situa­zione è questa (il voto lo lasciamo a voi lettori). Nel 2000 è stato con­dannato in sede ci­vile, dopo essere stato ci­tato in giudizio da Cesare Previti a causa di un arti­colo su L’Indipendente , al risarcimento del dan­no quantificato in 79 mi­lioni di lire. Il 4 luglio 2004 è sta­to condannato dal Tribunale di Roma in se­de civile a un totale di 85.000 euro (più 31.000 euro di spese processua­li) per un errore di omoni­mia contenuto nel libro La repubblica delle bana­ne scritto assieme a Peter Gomez e pubblicato nel 2001. In esso, a pagina 537, si descriveva «Falli­ca Giuseppe detto Pippo, neo deputato Forza Italia in Sicilia», «commercian­te palermitano, braccio destro di Gianfranco Mic­cichè... condannato dal Tribunale di Milano a 15 mesi per false fatture di Publitalia. E subito pro­mosso deputato nel colle­gio di Palermo Settecan­noli ».L’errore era poi sta­to trasposto anche su L'Espresso , il Venerdì di Repubblica e La Rinasci­ta della Sinistra , per cui la condanna in solido, oltre­ché su Editori Riuniti, è stata estesa anche al grup­po Editoriale L’Espresso. Il 5 aprile 2005 è sta­to condannato dal Tribunale di Roma in se­de civile, assieme all’allo­ra dir­ettore dell ’Unità Fu­rio Colombo, al pagamen­to di 12.000 euro più 4.000 di spese processua­li a Fedele Confalonieri (presidente Mediaset) dopo averne associato il nome ad alcune indagini per ricettazione e riciclag­gio, reati per i quali, inve­ce, non era risultato inqui­sito.
Il 20 febbraio 2008 il Tribunale di Torino in sede civile lo ha con­dannato a risarcire Fede­le Confalonieri, presiden­te di Mediaset, con 6.000 euro, a causa dell’articolo «Piazzale Loreto? Magari» pubblicato nella rubrica Uliwood Party
su l’Unità il 6 luglio 2006


Nel giugno 2008 è stato condannato dal Tribu­nale di Roma in sede civile, as­sieme al direttore dell’ Unità Antonio Padellaro e a Nuova Iniziativa Editoriale, al paga­mento di 12.000 euro più 6.000 di spese processuali per aver descritto la giornali­sta del Tg1 Susanna Petruni come personaggio servile ver­so il potere e parziale nei suoi resoconti politici: «La pubbli­cazione- si leggeva nella sen­tenza - difetta del requisito della continenza espressiva e pertanto ha contenuto diffa­matorio ».


Nel gennaio 2010 la Cor­te d’Appello penale di Ro­ma lo ha condannato a 1.000 euro di multa per il reato di dif­famazione aggravato dall’uso del mezzo della stampa, ai dan­ni di Cesare Previti. Il reato, se­condo il giudice monocratico, sarebbe stato commesso me­diante l’articolo «Patto scellera­to tra mafia e Forza Italia» pub­blicato sull’ Espresso il 3 ottobre 2002. La sentenza d’appello ri­forma la condanna dell’otto­bre 2008 in primo grado inflitta al giornalista ad 8 mesi di reclu­sione e 100 euro di multa. In se­de civile, a causa del predetto re­ato, Travaglio era stato condan­nato in primo grado, in solido con l’allora direttore della rivi­sta Daniela Hamaui, al paga­mento di 20.000 euro a titolo di risarcimento del danno in favo­re della vittima del reato Cesare Previti. Pochi giorni fa, in attesa della sentenza di Cassazione, il reato è caduto in prescrizione grazie ad una inspiegabile len­tezza dei giudici a scrivere le motivazioni.


Il 28 aprile 2009 è stato condannato in primo grado dal Tribunale penale di Roma per il reato di diffa­mazione ai danni dell’allo­ra direttore di Raiuno, Fabri­zio Del Noce, perpetrato mediante un articolo pub­blicato su l’Unità dell’11 maggio 2007.


Il 21 ottobre 2009 è stato condannato in Cassazio­ne ( Terza sezione civile, senten­za 22190) al risarcimento di 5.000 euro nei confronti del giu­dice Filippo Verde che era stato definito «più volte inquisito e condannato» nel libro Il ma­nuale del perfetto inquisito , af­fermazioni giudicate diffama­torie dalla Corte in quanto riferi­te «in maniera incompleta e so­stanzialmente alterata» visto il «mancato riferimento alla sen­tenza di prescrizione o, comun­que, la mancata puntualizza­zione del­carattere non definiti­vo della sentenza di condanna, suscitando nel lettore l’idea che la condanna fosse definiti­va (se non addirittura l’idea di una pluralità di condanne)».


Il 18 giugno 2010 è stato condannato dal Tribuna­le di Torino- VII sezione civile ­a risarcire 16.000 euro al presi­dente del Senato Renato Schifa­ni ( che aveva chiesto un risarci­mento di 1.750.000 euro) per diffamazione, avendo evocato la metafora del lombrico e del­la muffa a Che tempo che fa il 15 maggio 2008.
(http://www.ilgiornale.it/)

lunedì 31 gennaio 2011

Er ber paese


Mentre ch'er ber paese se sprofonna
tra frane, teremoti, innondazzioni
mentre che so' finiti li mijioni
pe turà un deficì de la Madonna


Mentre scole e musei cadeno a pezzi
e l'atenei nun c'hanno più quadrini
pe' la ricerca, e i cervelli ppiù Fini
vanno in artre nazzioni a cercà i mezzi


Mentre li fessi pagheno le tasse
e se rubba e se imbrojia a tutto spiano
e le pensioni so' sempre ppiù basse


Una luce s'è accesa nella notte.
Dormi tranquillo popolo itajiano
A noi ce sarveranno le mignotte

mercoledì 26 gennaio 2011

Misura e sobrietà

"Chiunque accetti di assumere un mandato politico deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che esso comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda".
Angelo Bagnasco, presidente della Cei


A chi era diretto il messaggio?
E' questa l'alternativa sobria e misurata?
Oppure quella che rimane unita e compatta solo quando c'è da uccidere il caimano?

venerdì 31 dicembre 2010

Il partito della legalità

"Nell’Idv oggi c’è una spinosa e scottante “questione morale”, che va affrontata con urgenza, prima che la stessa travolga questo partito e tutti i suoi rappresentanti e rappresentati. Senza rese dei conti e senza pubbliche faide, crediamo che mai come adesso il presidente Antonio Di Pietro debba reagire duramente e con fermezza alla deriva verso cui questo partito sta andando per colpa di alcuni.
...
La maggior parte della “dirigenza” dirà che con queste nostre parole danneggiamo il partito, altri che danneggiamo il presidente Di Pietro, altri ancora che siamo parte di un progetto eversivo che vuole appropriarsi dell’Idv. Noi crediamo che questo invece sia un estremo atto di amore per tutti gli iscritti, i militanti e i simpatizzanti dell’Italia dei Valori. Al presidente chiediamo solo una cosa: si faccia aiutare a fare pulizia.
Dalla lettera aperta di Luigi de Magistris, Sonia Alfano, Giulio Cavalli


Spia chiara del malessere all'interno del partito degli onesti, i gruppi su Facebook Sos Italia dei valori e l'Italia dei veri valori, che continuano a guadagnare iscritti e che sono stati fondati dai delusi dal partito che si presenta come il paladino della legalità ma che, per molti di loro, ha fallito l'obiettivo.
Il primo movimento in ordine di tempo, Sos Italia dei valori, è stato fondato nell'ottobre del 2009 e conta più di 3mila iscritti. "E' nato da una necessità etica - raccontano i fondatori - quella di informare l'elettorato che la legalità tanto strombazzata dal partito non era poi applicata, come ha potuto sperimentare chi come noi ha militato per anni nell'Idv".
La mancanza fondamentale dell'Italia dei Valori, per i fuoriusciti, è stata quella di non aver applicato rigidi criteri di selezione nella scelta dei candidati: "Si sono imbarcate persone per i pacchetti di voti che portavano più che per le loro qualità - continua un ex militante - e anche Di Pietro ha commesso lo stesso errore: ha messo in atto ragionamenti mercantili, guardando più ai numeri che al valore degli individui".
Quasi 4mila invece gli iscritti al gruppo l'Italia dei Veri Valori, movimento nato in novembre, che conta 15 sezioni regionali, come quella del Veneto, alla cui pagina facebook aderiscono oltre 2000 persone, o quella della Sardegna (più di 400 iscritti). Proprio i militanti sardi, sarebbero stati protagonisti di una contestazione nei confronti del leader del partito che avrebbe replicato scomunicando i dissidenti: "Chi aderisce a quel movimento è fuori dal partito".
Non solo legalità quindi, ma anche diritto al dissenso.

Usciamo i corrotti dalle porte dei palazzi... per farli entrare nell'Idv!!!

mercoledì 15 dicembre 2010

Avanti il prossimo


E' andata come doveva andare.
La sfiducia non è passata alla Camera per i 3 voti di ex Pdl, poi passati a Fli, poi ripassati non si sa bene dove, ma comunque con il governo e contro Fini.
Nessuno ha vinto perché nessuno pensa di poter governare con 3 voti.
Però tra i soliti perdenti dell'opposizione adesso ce ne è uno in più, quello che mancava alla "collezione", il pezzo pregiato.
Aveva giurato che tutto poteva accadere tranne che Fli si dividesse e Fli si è diviso; aveva detto che se il governo avesse preso la fiducia avrebbe creduto in Babbo Natale e ora è costretto a far professione di fede in compagnia di elfi, renne e slitte. Aveva chiesto ogni giorno, per mesi, le dimissioni del presidente del Consiglio e ora è a lui che le chiederanno. Pochi minuti dopo il voto Fini già condannava la vittoria di Berlusconi come “numerica e non politica”.
Vittoria numerica e non politica, a differenza della sua sconfitta. Numerica e politica.
A casa. Avanti il prossimo.

giovedì 2 dicembre 2010

Io non sono un politico


"Io non sono un politico, e neanche più un comico. Sono uno che si sta giocando una carriera perché ha sei figli e quattro disoccupati".
La rivelazione, come se si trattasse dell’Apparizione della Madonna di Fatima (o di Lourdes, fate voi), al pubblico di Terzigno, tra gli autocompattatori dati alle fiamme e i blocchi stradali abusivi. Un problema pressante, intimo, serio. Beppe Grillo che ha il cruccio dei figlioli a carico, che quasi non dorme la notte per cercare di dar loro il pane. Conti su conti per far quadrare i bilanci familiari, coperte che si tirano da una parte, salvadanai che si svuotano dall’altra.
E lui, l’ex istrione che, nonostante non dorma la notte, passa le giornate a lottare per noi, ingrati italiani che non capiamo ed appoggiamo in massa le sue campagne per le piste ciclabili al posto delle ferrovie moderne e del vapore al posto del nucleare. Non meritiamo nulla, davvero. Un padre di famiglia che si toglie il cibo di bocca per lasciarlo ai quattro disoccupati che lui stesso ha generato e visto crescere.
Un quadretto degno delle migliori favole ottocentesche, perfette per il periodo natalizio. Eppure, c’è qualcosa che non torna. Sì, perché nel 2006 (quindi quattro anni fa, non quaranta) il buon padre di famiglia costretto a sacrifici immani fatturava esattamente 4.272.591 euro, mentre due anni prima toccava quota 2.133.270 euro. E nulla sappiamo degli spiccioli entrati in tasca nel 2007, 2008, 2009. Conveniamo con lui che mantenere quattro figli in queste condizioni è dura, durissima. Cosa volete che sia la vita di un cassaintegrato che magari ha affitto da pagare, due-tre bambini a carico e magari pure la moglie, di fronte al dramma umano di Beppe Grillo? Nulla, assolutamente nulla.
E’ l’ora di prendere i borselli e i portafogli. Apriamo una sottoscrizione per aiutare questo nostro connazionale in difficoltà. Un euro a testa dovrebbe bastare (forse) per comprare un altro yacht alla di lui famiglia. Un piccolo pensiero per un uomo caduto in disgrazia.
(http://www.daw-blog.com/)

mercoledì 10 novembre 2010

FINIrà come la D'Addario


"Credo che Berlusconi debba dimostrare quel coraggio già dimostrato in altre occasioni, che in passato gli ha già consentito colpi d’ala. Deve avere il coraggio di rassegnare le dimissioni, di salire al Colle, dichiarare che la crisi è aperta di fatto e avviare una fase politica in cui rapidamente si ridiscutano l’agenda e il programma, si verifichi la natura della colazione e la composizione del governo"
Dall'intervento del presidente della Camera alla prima convention di Fli.

Tralasciamo la indubbia correttezza e moralità del nuovo paladino dell'asinistra che, terza carica dello Stato, chiede le dimissioni del premier da capopopolo durante un comizio nel quale propone di ridiscutere agenda, programma e natura della coalizione: gli elettori che hanno votato questo programma, questa maggioranza, questo premier?
Tralasciamo.
Premesso che l'unico e solo responsabile di tutto ciò è Silvio Berlusconi il quale, dopo 17 anni di frequentazione del palazzo, non ha ancora capito che lo stato non è un'azienda.
Nello stato non c'è solo il potere esecutivo, non è l'esecutivo che comanda.
C'è il potere esecutivo e c'è la fuffa (...è l'entità che compone la maggior parte dell'universo. Ha la curiosissima caratteristica di presentarsi in tante forme, in base al contesto: può essere un oggetto fisico, un concetto astratto, una forma della materia o addirittura un essere vivente come una persona. Si riconosce per la sua caratteristica determinante: la totale mancanza di utilità).
Dopo aver fatto Casini nel 2001, ci è ricascato regalando il governo della fuffa a Fini nel 2008.
C'è chi sostiene che la maggioranza politica è finita con la richiesta di dimissioni di cui sopra: la maggioranza politica in questa legislatura non c'è mai stata dal momento che se ne è subito tirato fuori chiedendo la presidenza della Camera. Quindi, nell'eventualità che si rivoti a breve, nell'eventualità che Berlusconi rivinca le elezioni, e solo per non ritrovarci in questa situazione, evitiamo di mettere il maggiordomo a fare il presidente della Camera.
Ci vuole un uomo di fiducia. Se proprio non si fida di nessuno, un uomo.
Chiusa la doverosa premessa veniamo al nuovo paladino delle istituzioni, all'ultimo baluardo dello stato democratico, alla vittima illustre della macchina del fango.
Poco più di un anno fa, la star era la escort col registratore: interviste in esclusiva, trasmissioni tv, addirittura un libro di memorie (dalla scheda del libro: Patrizia D'Addano non ha bisogno di presentazioni. Suo malgrado, è in questo momento la donna italiana più famosa al mondo).
Naturalmente, tutta l'opposizione a gridare allo scandalo, a chiedere la testa del re.
Poi, fallito il golpe, la D'Addario è passata di moda. Nessuno la cerca più, viene contestata quando partecipa alle manifestazioni libere e democratiche, viene cacciata dalle convention.
Fallito il golpe, la nuova bandiera, l'appiglio a cui aggrapparsi è lui, il rappresentante della nuova destra liberale e democratica.
Gli elogi arrivano da ogni parte politica (tranne la sua), gli incoraggiamenti si sprecano. Vai Gianfranco, continua così, affonda il colpo finale.
Non sappiamo ancora se questo nuovo tentativo andrà a buon fine (ha sicuramente maggiori probabilità di successo), non sappiamo ancora con certezza se a primavera ci saranno elezioni.
L'unica certezza, allo stato attuale, è che il governo non arriverà a fine legislatura e quando il re sarà nudo tutti i fans del presidente della Camera si dilegueranno con una velocità decisamente superiore rispetto a quella con al quale sono apparsi.
L'aspirante leader del nuovo centrodestra che raccoglie consensi solo a sinistra tornerà ad essere il vecchio post-fascista antidemocratico e antiliberale.
Usa e getta. Come una escort.


venerdì 1 ottobre 2010

Tutti zitti

Se qualcuno aveva qualche dubbio sul significato di "dialogo interreligioso", la vicenda del rogo del corano rende perfettamente l'idea di cosa intendano i musulmani per dialogo.
Poco prima dell'11 settembre scorso un pastore protestante di una chiesa evangelica della Florida dichiara di voler bruciare copie del corano per protestare contro il progetto di costruire una moschea vicino Ground Zero.
Immediate le condanne delle più importanti istituzioni e leaders internazionali.

La risposta dell'islam religione di pace?
18 morti, almeno un centinaio di feriti, chiese e scuole cattoliche bruciate, senza contare i gravi danni a molti edifici, mezzi della polizia e diverse proprietà pubbliche.
Le reazioni delle sopra citate ed autorevoli istituzioni e leaders internazionali? Tutti zitti.
Forse perchè minacciare il rogo del corano è l'eccezione.
La persecuzione dei cristiani in paesi musulmani è la regola.
Il corano non è stato più bruciato, il reverendo Jones pagherà i danni, però l'imam che sta promuovendo la costruzione del centro "culturale" musulmano nei pressi di Ground Zero ha detto ieri che "lo scopo del progetto è di prevenire altri attacchi di questo genere".
In altre parole, fateci costruire moschee in ogni città, consegnateci le chiavi delle vostre città, così nessuno, neanche i nostri fratelli musulmani, avrà più interesse a bombardarvi.
Non vogliono conquistarci, vogliono salvarci.

mercoledì 22 settembre 2010

Ci sarà da ridere

"Io non ho nulla da temere e nulla da nascondere. Quando tutto sarà chiarito ci sarà da ridere. Nella nota diffusa ad agosto ho scritto quello che sapevo, non ho altro da aggiungere".
Gianfranco Fini, nell'intervista a TgLa7 del 7 settembre 2010.


Passano appena 2 settimane e su Listin Diario e El Nacional, periodici della Repubblica Dominicana (quindi non Libero o Il Giornale) viene pubblicato lo scoop mundial:
"Un documento oficial del gobierno de la República de Santa Lucía, en el Caribe, señala que Giancarlo Tulliani es el titular de la Printemps Ltd y la Timara Ltd"
Traduzione: la Printemps Ltd acquista la casa di Montecarlo da An per 300 mila euro. Per una «straordinaria, incre­dibile coincidenza» (parole proferite dal tesoriere di An, Francesco Pontone) di lì a po­co Giancarlo Tulliani - in arte Elisabetto - finirà per andare ad abitare in affitto nello stesso apparta­mento del Principato di Mo­naco, nel frattempo passato di proprietà a una società ge­mella (la Timara Ltd) i cui referenti risultano essere gli stessi della prima so­cietà (costituita solo 45 giorni prima dell’affare, il 30 maggio 2008).
Cioè "paga" l'affitto a se stesso, per un appartamento acquistato ad un quinto del suo valore di mercato.
Ci sarà da ridere...

martedì 14 settembre 2010

Letterina a Gianfranco Fini

Signor Vicepresidente del Consiglio, Lei mi ricorda Palmiro Togliatti. Il comunista più odioso che abbia mai conosciuto, l’uomo che alla Costituente fece votare l’articolo 7 ossia quello che ribadiva il Concordato con la Chiesa Cattolica. E che pur di consegnare l’Italia all’Unione Sovietica era pronto a farci tenere i Savoia, insomma la monarchia. Non a caso quelli della Sinistra La trattano con tanto rispetto anzi con tanta deferenza, su di Lei non rovesciano mai il velenoso livore che rovesciano sul Cavaliere, contro di Lei non pronunciano mai una parola sgarbata, a Lei non rivolgono mai la benché minima accusa.
Come Togliatti è capace di tutto. Come Togliatti è un gelido calcolatore e non fa mai nulla, non dice mai nulla, che non abbia ben soppesato ponderato vagliato per Sua convenienza. (E meno male se, nonostante tanto riflettere, non ne imbrocca mai una). Come Togliatti sembra un uomo tutto d’un pezzo, un tipo coerente, ligio alle sue idee, e invece è un furbone. Un maestro nel tenere il piede in due staffe. Dirige un partito che si definisce di Destra e gioca a tennis con la Sinistra. Fa il vice di Berlusconi e non sogna altro che detronizzarlo, mandarlo in pensione. Va a Gerusalemme, con la kippah in testa, piange lacrime di coccodrillo allo YadVashem, e poi fornica nel modo più sgomentevole coi figli di Allah. Vuole dargli il voto, dichiara che “lo meritano perché pagano le tasse e vogliono integrarsi anzi si stanno integrando”.


Quando ci sbalordì con quel colpo di scena ne cercai le ragioni. E la prima cosa che mi dissi fu: buon sangue non mente. Pensai cioè a Mussolini che nel 1937 (l’anno in cui Hitler incominciò a farsela col Gran Muftì zio di Arafat) si scopre «protettore dell’Islam» e va in Libia dove, dinanzi a una moltitudine di burnus, il kadì d’Apollonia lo riceve tuonando: “O Duce! La tua fama ha raggiunto tutto e tutti! Le tue virtù vengono cantate da vicini e lontani!”. Poi gli consegna la famosa spada dell’Islam. Una spada d’oro massiccio, con l’elsa tempestata di pietre preziose. Lui la sguaina, la punta verso il sole, e con voce reboante declama: “L’Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle leggi del Profeta, vuole dimostrare al mondo la sua simpatia per l’Islam e per i musulmani!”. Quindi salta su un bianco destriero e seguito da ben duemilaseicento cavalieri arabi si lancia al galoppo nel deserto del futuro Gheddafi.


Ma erravo. Quel colpo di scena non era una reminiscenza sentimentale, un caso di mussolinismo. Era un caso di togliattismo cioè di cinismo, di opportunismo, di gelido calcolo per procurarsi l’elettorato di cui ha bisogno per competere con la Sinistra e guidare in prima persona l’equivoco oggi chiamato Destra.
Preparano giorni migliori per l'italia
Signor Vicepresidente del Consiglio, nonostante la Sua aria quieta ed equilibrata Lei è un uomo molto pericoloso. Perché ancor più degli ex democristiani (che poi sono i soliti democristiani con un nome diverso) può usare a malo scopo il risentimento che gli italiani come me esprimono nei riguardi dell’equivoco oggi chiamato Sinistra. E perché, come quelli della Sinistra, mente sapendo di mentire. Pagano-le-tasse, i Suoi protetti islamici?!? Quanti di loro pagano le tasse?!? Clandestini a parte, spacciatori di droga a parte, prostitute e lenoni a parte, appena un terzo un po’ di tasse! Non le capiscono nemmeno, le tasse. Se gli spiega che servono ad esempio per costruire le strade e gli ospedali e le scuole che anch’essi usano o per fornirgli i sussidi che ricevono dal momento in cui entrano nel nostro paese, ti rispondono che no: si tratta di roba per truffare loro, derubare loro. Quanto al Suo vogliono-integrarsi, si-stanno-integrando, chi crede di prendere in giro?!?


Uno dei difetti che caratterizzano voi politici è la presunzione di poter prendere in giro la gente, trattarla come se fosse cieca o imbecille, darle a bere fandonie, negare o ignorare le realtà più evidenti. Più visibili, più tangibili, più evidenti. Ma stavolta no, signor mio. Stavolta Lei non può negare ciò che vedono anche i bambini. Non può ignorare ciò che ogni giorno, ogni momento, avviene in ogni città e in ogni villaggio d’Europa. In Italia, in Francia, in Inghilterra, in Spagna, in Germania, in Olanda, in Danimarca, ovunque si siano stabiliti. Rilegga quel che ho scritto su Marsiglia, su Granada, su Londra, su Colonia. Guardi il modo in cui si comportano a Torino, a Milano, a Bologna, a Firenze, a Roma.


Perbacco, su questo pianeta nessuno difende la propria identità e rifiuta d’integrarsi come i musulmani. Nessuno. Perché Maometto la proibisce, l’integrazione. La punisce. Se non lo sa, dia uno sguardo al Corano. Si trascriva le sure che la proibiscono, che la puniscono. Intanto gliene riporto un paio. Questa, ad esempio: “Allah non permette ai suoi fedeli di fare amicizia con gli infedeli. L’amicizia produce affetto, attrazione spirituale. Inclina verso la morale e il modo di vivere degli infedeli, e le idee degli infedeli sono contrarie alla Sharia. Conducono alla perdita dell’indipendenza, dell’egemonia, mirano a sormontarci. E l’Islam sormonta. Non si fa sormontare”. Oppure questa: “Non siate deboli con il nemico. Non invitatelo alla pace. Specialmente mentre avete il sopravvento. Uccidete gli infedeli ovunque si trovino. Assediateli, combatteteli.


In parole diverse, secondo il Corano dovremmo essere noi ad integrarci. Noi ad accettare le loro leggi, le loro usanze, la loro dannata Sharia.
Signor Fini, ma perché come capolista dell’Ulivo non si presenta Lei?”.

Oriana Fallaci ne "La Forza della Ragione", pubblicato nel 2004. 6 anni fa.
Oggi il segretario del Pd parla di un nuovo Ulivo.
Signor Fini, ma perchè come capolista del nuovo Ulivo non si presenta Lei?

mercoledì 8 settembre 2010

Se questo è un leader


Appena 2 mesi fa "in un grande paese democratico la libertà di stampa non è mai sufficiente".
Ieri i giornalisti che hanno lavorato sull'inchiesta relativa alla casa di Montecarlo sono stati etichettati come "infami lapidatori".
L'intervista comincia tra i sorrisi con un "Complimenti per il suo tg" al direttore Mentana.
Peccato che poi dai complimenti si arrivi quasi alle offese.
M: «Ma scusi, lei a Montecarlo non c’è mai andato?».
F: «No».
M: «Ma i testimoni che dicono il contrario?».
F: «Lo provino».
Il sorriso di Fini diventa sempre più smorfia.
M: «Ma scusi... Tulliani?».
F: «L’ha affittata, tutto qua. Ma è questo il problema della politica? La magistratura verificherà. Basta avere pazienza».
Quella che sta per perdere Fini perché Mentana non molla l’osso e gli chiede ancora di far chiarezza perché troppe cose sono ancora nell’ombra.
F: «Pontone (il tesoriere di An, ndr) è un galantuomo. Dissi io di vendere perché l’offerta era congrua. Tulliani non ha saputo da me della casa. Si ricorda la mia nota? Ho spiegato tutto lì».
(An vende l'immobile dietro l'ordine del capo ed il cognato lo viene a sapere da terze parti...)
M: «Lei ha detto che s’è arrabbiato con Tulliani quando ha saputo...».
F: «Sono molto più arrabbiato con chi per mesi ha lapidato la mia famiglia.
Ma lei dirige Novella 3000 o un telegiornale?»
Tradotto: Mentana gran giornalista, complimenti per il tg, ma gli affari di famiglia non si toccano.

Un leader, un vero leader, degno di appartenere al gotha progressista, riformatore, moralmente inattaccabile...

martedì 31 agosto 2010

Yes, we can, but maybe we shouldn’t


Yes, we can...
L’America era innamorata di lui. La stampa lo raccontava come mito, fenomeno, icona. Ogni cosa che faceva o diceva era sempre storica, epocale, profetica. Anche se in netta contraddizione con un’altra cosa sempre storica, epocale e profetica che Obama aveva pronunciato la settimana precedente.
La meravigliosa confezione in cui erano avvolte le sue posizioni politiche gli garantiva paragoni con John Fitzgerald Kennedy e Ronald Reagan, con Franklin Delano Roosevelt e Abramo Lincoln.


... but maybe we shouldn’t
Il profeta, il messia, il superman che avrebbe dovuto guarire i mali del paese è stato disarcionato. E’ diventato un politico normale, come gli altri, costretto a parare i colpi non solo dell’opposizione, ma anche della sua parte.
La riforma sanitaria non piace né ai repubblicani né ai democratici. I primi la considerano il pilastro di un’incipiente rivoluzione statalista. I secondi credono che Obama abbia sprecato l’occasione di cambiare il sistema sanitario americano. Stessa cosa per l’intervento pubblico a sostegno dell’economia. I liberisti dicono che è stato un gigantesco spreco di denaro, i progressisti gli imputano di non averne speso abbastanza.
La destra lo accusa di essere un socialista, la sinistra di aver venduto l’anima a Wall Street. I conservatori dicono che è un estremista radicale, i liberal sostengono sia un moderato alla ricerca di compromessi. I falchi pensano abbia capitolato di fronte al nemico, le colombe dicono che è una copia carbone di Bush.
A ogni riforma perde consenso. A ogni intervento calano i sondaggi. A ogni posizione di principio segue una timida marcia indietro.
E’ Nobel per la pace, ma fa la guerra.
Il capo del Pentagono è lo stesso di Bush, così come i generali che guidano le truppe sul campo. Il disimpegno dall’Iraq lo ha stabilito il suo predecessore.
Le truppe in Afghanistan sono state triplicate. I bombardamenti in Pakistan procedono a ritmi settimanali. La guerra segreta è stata estesa a dodici paesi. La Cia è tornata ad avere la licenza di uccidere. Guantanamo è ancora aperto, così come il carcere di Bagram, in Afghanistan. Alcuni detenuti non hanno diritti processuali e rimarranno a vita in galera. Gli altri saranno processati con le corti militari speciali volute da Bush.
E’ il paladino dei diritti civili, ma è contrario al matrimonio gay e licenzia dall’esercito gli omosessuali dichiarati.
E’ l’alfiere della politica ambientale, ma ha rilanciato l’energia nucleare.
E’ il simbolo delle politiche pro immigrazione, ma quest’anno saranno 400mila i rimpatri forzati di clandestini. E’ di sinistra, ma sostiene il diritto a portare le armi e non firma il trattato contro le mine antiuomo. Obama ha i titoli per chiudere l’era delle discriminazioni razziali, ma in pochi mesi ha erroneamente dipinto come razzista un poliziotto bianco e poi ha licenziato una funzionaria nera che era stata ingiustamente accusata di razzismo da un blogger conservatore.
A meno di tre mesi dalle elezioni di Midterm oltre la meta' degli americani e' insoddisfatta di Obama.
La fine di un sogno?